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notizia pubblicata in data: 04 dicembre 2017

Lettera di una specializzanda a Mutoyi

Ciao a tutti!sono Giulia, medico specializzando in Malattie Infettive e Tropicali dell'Università di Verona, e quest'estate ho salutato la mia famiglia, il mio ragazzo e i miei amici e sono partita per il Burundi, dove sono stata per 4 mesi. Durante questo periodo ho lavorato nell'Ospedale di Mutoyi, in Medicina Interna e alle consultazioni esterne...ma alla fine, come spesso accade, mi sono trovata a fare un pò di tutto.

Ma andiamo con ordine.

Dopo 3 voli aerei e 3 ore e mezza di jeep scalando le montagne e gli altipiani burundesi, una dissestata discesa finale mi ha portata a Mutoyi, piccolo paesino in mezzo alle colline e alle valli scavate dai fiumi, più o meno al centro del Burundi. Qui sono stata subito accolta da Paola, Daniele e Gil - i laici- e tutte le sorelle della comunità di religiosi.Già da subito ho iniziato ad inserirmi nell'ambiente lavorativo dell'Ospedale...certo il primo mese non è stato facile: è un tipo di lavoro completamente diverso da quello in Italia, con pochi mezzi diagnostici e terapeutici a disposizione e soprattutto per la barriera linguistica con il paziente che parla esclusivamente kirundi. I medici e gli infermieri locali, vedendomi un pò in difficoltà i primi tempi, sono stati veramente gentili e disponibili nei miei confronti e mi hanno insegnato molto.

La mia vita quindi trascorreva al ritmo delle 12 ore di luce e 12 ore di buio quotidiane tipiche della fascia equatoriale: sveglia presto alla mattina, lavoro in Ospedale, pausa pranzo (ottimi manicaretti preparati dalle sorelle), ritorno al lavoro, passeggiatina, cena che si preparava insieme a seconda dei prodotti che l'orto e il frutteto offrivano e poi in camera a studiare, leggere o guardare un film prima di addormentarsi.

Al mattino dopo il canto gioioso degli uccellini mi ricordava che lì dov'ero non c'era bisogno di affrontare il traffico in tangenziale, lo smog, i cartelloni pubblicitari al neon e l'ansia di organizzare tutto alla perfezione per incastrare i mille impegni giornalieri che siamo contretti ad assumerci.Lì in Africa ho ben presto capito che il ritmo delle cose è molto più lento, solo per il fatto che la gente si sposta a piedi o in bicicletta (quasi nessuno può permettersi un'automobile) i tempi si dilatano, in una giornata si riescono a fare due o tre cose invece di dieci ma nel frattempo si intona un canto, un ballo, una preghiera, si prepara da mangiare per la famiglia, i fratellini giocano tra loro senza litigare e con le cose che si costruiscono a partire da pezzi di legno o da foglie di banana, danno una mano ai genitori a costruire la casa e vanno a prendere l'acqua al pozzo.

Credo che non per tutti sia facile dire addio per qualche mese agli affetti, alle comodità e agli stimoli della propria vita in Italia, anzi per me è stata davvero dura. Inoltre in Ospedale vedevo ogni giorno gli aspetti più brutti della condizione in cui vive la popolazione africana, e assicuro che è difficile da sopportare. Ho dato quello che ho potuto, che è molto poco, ma in cambio ho ricevuto molto più di quello che mi aspettavo.

Mi rivolgo ai miei colleghi specializzandi, anche non Infettivologi: andate a fare un'esperienza in un ospedale in una realtà rurale africana! Io vi ho portato l'esempio di Mutoyi, che mi sembra un ottimo ospedale rispetto agli standard africani. Perchè? Per imparare a riscoprire la vera clinica, quella che si fa mettendo il fonendoscopio sul torace del paziente, palpandogli l'addome e guardandogli le congiuntive per vedere se c'è anemia. Imparare a guardare voi stessi le lastre e le ecografie senza l'aiuto di un Radiologo, scegliere con criterio quale esame richiedere sapendo che ce ne sono pochi a disposizione e imparare a dare dignità alla vita ma soprattutto alla morte.


Amahoro

Giulia