Testimonianze

Dice di lui il cardinale Carlo Maria Martini nell'omelia al suo funerale:

"l'amore per Gesu' Cristo e per i poveri e' stato il movente che ha caratterizzato tutta la vita di questo nostro fratello Antonio.
Era da vent'anni al loro servizio e sentiva che in questo si realizzava la sua vocazione, in un paese sconvolto da terribili guerre etniche e da massacri senza fine....
Fratel Antonio si faceva vicino a tutti e prediligeva, tra gli altri, i carcerati, rinchiusi in condizioni impossibili".

Fratel Antonio era una di quelle persone capaci di compiere scelte radicali e di viverle senza sbandierarle... Solo chi era a lui vicino o oggetto del suo amore, se ne accorgeva .

"Pensare a lui mi riporta alla memoria l'immagine della compassione, dell'uomo delle opere di misericordia. La prima volta che lo incontrai l'avevo trovato nel cortile della Casa d'accoglienza, una specie di ospedale o Lazzaretto delle suore di madre Teresa di Calcutta, a Rohero, nel cuore della citta' di Bujumbura, Burundi.
Era venuto a portare una camionetta piena di ammalati, di quelli che e' inutile portare a un ospedale pubblico, dove sarebbero stati rifiutati, perche' non avevano i soldi neppure per passare per la porta del nosocomio, figuriamoci per farsi curare!
Erano malati di Aids, di tubercolosi, soprattutto madri con bambini in fin di vita a causa della denutrizione. Un carico di miserie...
Antonio viveva tra loro e aveva assunto un altro stile di vita e di missione. Invece di dedicarsi solo alla promozione sociale dei poveri, aveva deciso di vivere tra coloro che mai avrebbero potuto entrare nei piani di sviluppo.

Per questo era venuto alle porte Bujumbura, dove vivono tanti rigettati al margine della vita, senza risorse, senza speranza umana.
Aveva voluto vivere, per quanto possibile, come loro e non solo con loro o per loro, in una casetta senz'acqua e senza luce, non diversa da quelle dei suoi vicini.
Soprattutto aveva voluto condividere l'incertezza, la paura di i rischi, e sofferenze della povera gente di Buterere.

Aveva capito che in una situazione disperata e assurda come quella del Burundi non erano le grandi opere che potevano offrire speranza per il futuro, non le scelte tecniche, ma la scelta della solidarieta' radicale, quella della condivisione della vita e del destino.... e la gente lo aveva capito e l'amava". (Gabriele Ferrari , missionario saveriano in Burundi).

- Antonio stesso rivela il suo spirito, il suo carisma, e le motivazioni profonde da cui era mosso. Cosi' scrive, alla richiesta dei Padre Gesuiti, operanti a Buterere nel progetto "Jesuit Refugee Service": "Mi e' stato chiesto di scrivere qualche riga sulla nostra vita di ' Fratelli dei poveri' nel quartiere di Buterere. Provero' a farlo, anche se e' difficile esprimere con le parole cio' che costituisce la nostra vita di tutti giorni.

Abito da nove anni in questo quartiere della periferia di Bujumbura, cercando di condividere in ogni momento la vita dei poveri della citta'. Con un altro fratello burundese, abitiamo in una piccola casa dell'ultimo quartiere. Abbiamo molti vicini, quasi tutti musulmani: andiamo molto d'accordo e ci aiutiamo gli uni gli altri. Condividiamo con loro le gioie e le loro pene, i momenti di paura e di angoscia, e tutto questo ci unisce molto e fa cadere le barriere che possono esserci tra nero e bianco, tra una religione e l'altra.

Io sono semplicemente un abitante di Buterere, che va a cercare l'acqua alla fonte; fugge con loro quando sparano durante la notte.

Questa " presenza " mi permette di avvicinarmi a tutti. A casa nostra arriva la povera donna maltrattata dal marito ubriaco, viene la madre che piange la perdita del figlio; sanno che possono aprire il loro cuore con noi ed essere comprese. Ci e' facile far visita a quelli che sono vecchi o malati e portar loro un sorriso.

Cerchiamo anche, nel limite delle nostre possibilita', di offrire un aiuto concreto a coloro che non hanno niente da mangiare, cosi' come i malati di Aids che hanno bisogno di un'attenzione speciale.

Il carisma della nostra comunita' e' vivere il Vangelo in mezzo alle persone piu' povere e abbandonate, cercando di vivere la vita di Gesu' nella semplicita' di Nazareth. Ecco perche' abbiamo scelto il quartiere di Buterere e abitiamo in una casa come quella della gente comune.

La preghiera, la poverta' e la carita' verso coloro che ne hanno bisogno sono le basi della nostra presenza; il lavoro manuale e la fatica ci fanno sentire vicini a questi poveri e ci aiuta a capire le sofferenze e le difficolta' che essi devono affrontare.

Questa scelta di condivisione viene da una convinzione profonda che la vita religiosa debba essere, per quanto possibile, il riflesso della vita di Gesu', per poter trasmettere bonta' e amore al mondo. Nella nostra piccolezza ci riproponiamo di essere questo riflesso in mezzo alla gente del nostro quartiere".

- Tanti episodi rivelano questa " vita condivisa " : sono anni di guerra civile in Burundi, di disordini, di uccisioni indiscriminate e immotivate; si deve fuggire di notte frequentemente perche' gruppi di militari fanno rastrellamenti, razziano e uccidono. Cosi' una volta Fratel Antonio viene portato via dai soldati assieme alla sua gente che viene ammassata (in un campo). Quando s'accorgono che fra la gente c'e' anche lui, il fratello che aiuta la loro stessa gente, lo invitano con forza a liberarsi, ad andarsene.

- "Ma io vivo con loro, sono come loro ! ", risponde. E rimane.

- Fratel Antonio si occupava di tutti, specie delle frange piu' a rischio. Per dare agli adolescenti e ai giovani un lavoro su cui costruire il futuro e per toglierli dalla strada, quindi dai pericoli della delinquenza e del vizio, aveva costituito piccole cooperative con lavori in pelletteria (si faceva arrivare dal V.I.S.P.E. ,Italia, la materia prima , e tante volte, nei rientri dopo i quattro anni, lui stesso recuperava questo materiale presso ditte amiche); affidava a giovani piccoli allevamenti di pollame o sementi da coltivare. Siamo in un contesto di estrema poverta', dove, di fronte al nulla, il poco diventa una grossa possibilita'.

- Dalle Autorita' e' chiamato ad essere Cappellano delle carceri di Bujumbura: Mpimba.

e' un nuovo ambito, non certo sconosciuto, ma che gli permette di esprimere piu' intensamente il suo carisma di vicinanza ai piu' poveri, ai sofferenti, potremmo dire ai disperati , come sono i detenuti in attesa di esecuzione capitale nel braccio della morte.

A loro porta cibo, medicine; si fa intermediario presso le loro famiglie.... Si acquista la fiducia di tutti e cosi' sono frequenti gli episodi di intervento straordinario che riesce a procurare nelle diverse situazioni: puo' far entrare una autobotte d'acqua in un momento di particolare emergenza igienica e di siccita'; introduce un dentista, un medico...

Di tutti i detenuti diventa o il fratello, o il Padre, con cui sfogarsi, chiedere un conforto, un consiglio, un aiuto.

Di molti riesce a vedere il cambiamento e la riabilitazione completa... altri accompagnera' serenamente alla loro fine... ma a tutti da' fiducia, speranza...

Scrive, in un incontro con i detenuti, in occasione della festa del Giubileo dei carcerati del 2000:

"Io ero davvero commosso, soprattutto quando nel discorso finale di circostanza un carcerato diceva che per tanti di loro adesso il carcere non e' un luogo di reclusione, ma di liberazione, del cuore dal peccato. Questo io lo sperimento davvero tante volte, conoscendo tante persone in carcere.

Ai condannati a morte non e' stato dato il permesso di partecipare alla festa, ma dentro di me non mi sentivo a posto perche' non vedevo Eric. Eric e' un ragazzo altissimo di 28 anni, condannato a morte per un delitto commesso quattro o cinque anni fa; lo conoscevo prima della condanna e ho cercato di stargli vicino in tutti modi. Avevamo iniziato a scriverci cosi', per caso, ma adesso, ogni giovedi', mi mette in mano una lettera che, piegata non so quante volte, diventa piccolissima, e questo per discrezione davanti agli altri. Lui e' protestante, ma mi confida i suoi pensieri, le sue conquiste spirituali. E lui un giorno mi ha scritto che ora capisce il motivo per cui e' in carcere, e cioe' che e' solo perche' Dio vuole la sua conversione, e che quindi ringraziava Dio di esser li in isolamento. e' sereno, e' tranquillo.

Non vedendolo, ho chiesto al capo dei secondini di farmelo uscire, " per favore ". Dopo cinque minuti Eric si spingeva tra la folla per arrivare a sedersi vicino a me: era felice che mi fossi ricordato di lui".

Fratel Antonio entra nel loro cuore, come loro, i detenuti, entrano nel suo:

"E adesso sono qui tra loro, e questi miei fratelli si sono impossessati del mio cuore. Voglio loro bene, sono dei carissimi figli di Dio. Mi commuovo quando mi portano una lettera per la loro famiglia che non vedono da anni; mi fanno tenerezza quando vedo i condannati a morte sferruzzare per fare i golfini per i bambini che poi porto nei centri di Sante'. Mi stringe il cuore quando li vedo stracciati e chiedono un vestito.

Forse Gesu' ha messo apposta in fondo al brano di Matteo la frase: "... ero in carcere "... perche' in carcere c'e' chi e' nudo, e' affamato, e' straniero, e' solo e malato; ci sono proprio tutti.

La conclusione non puo' essere se non quella di ringraziare il Signore di questo ennesimo dono che mi fa, nonostante tutti i miei handicap...

Sono contento nel cuore e spero di poter usare cosi' della mia vita sino alla fine".

E cosi' avverra'.

- Eric, dopo la morte di Antonio, scrive alla mamma di lui: "non pensare che non hai piu' un figlio, perche' al posto suo, il Signore ha messo altri e ti faccio sapere che ora hai figli e nipoti. Mamma, pensavo che ci saremmo visti di persona, perche' un giorno Antonio mi aveva promesso che saresti venuta a trovarmi in Burundi... Per me Antonio non era solo un amico; e' il papa', la mamma, il fratello, la famiglia. Quindi ora pensa che io sono tuo figlio, tuo nipote, la tua famiglia...".

Joaquín Ciervide del Service Jesuite Aux Rèfugè di Bujumbura lo ricorda con lo scritto "vita e morte di fratel Antonio"