La nostra amica Silvia, dopo l’esperienza presso la Casa della carità di Lecco, ci ha mandato questo bellissimo scritto che desideriamo condividere… Grazie Silvia!
Quattro giorni di nomi e di storie, incorniciate dalla Casa della Carità di Lecco. Nomi, perché, sin dalla Genesi, i nomi sono importanti: dopo la Creazione, una delle prime cose che Dio chiede all’Uomo è di dare un nome agli animali, come se ciò che (o chi) non ha un nome, non esistesse davvero.
E poi viaggi dentro le storie. Storie attorno al tavolo di una mensa, un entrare a spizzichi e bocconi: il tempo di una vita, in un pasto.
C’è Jonas, che da separato vive in macchina, nella segretezza: la malattia e il lavoro che manca, non fermano l’amore di un padre, che nasconde la sua situazione per non spezzare la felicità delle figlie, a cui non vuole fare mancare nulla. Meglio vivere di stenti, che privare loro di qualcosa.
C’è Claudia, rifugiata politica, che in una parola di italiano e 4 di spagnolo, racconta di una fuga da anni di violenza domestica: sta studiando una nuova lingua, per poter tornare a mettersi in gioco e ricostruirsi una vita libera.
C’è Daniela, estroversa ed esuberante, una fede in Dio e in Zanetti – a volte anche in ordine capovolto – portata persino sul letto di ospedale a vegliare sul postoperatorio di un aneurisma cerebrale: non racconta perché è lì, in quella cena, ma ha tutta la dignità nello starci. È sempre accompagnata da Gabriella: timida e riservata, parla poco o niente, resta sul margine ma è lì e ascolta e a volte sorride.
C’è Aldo, la sfrontatezza dell’artista di strada e gli accordi di una chitarra, non si sa se per scelta o per un brutto scherzo della vita che a volte azzoppa i sogni.
C’è Maria, che parla con un accento dell’Est, e chiede continuamente del pane, che nasconde nella borsa, come un piccolo scoiattolo che accumula quando può, forse perché sa che la cena stasera non è garantita.
C’è Edmund, che lavora per strada per aggiustare le crepe dell’asfalto: un lavoro duro, ma tutto sommato si fa. Si ferma a metà del piatto di pasta: “Sono qui per un po’, sto facendo fatica perché ho trovato una casa in affitto e si sa che le spese all’inizio sono molto alte ma tra qualche settimana arriva lo stipendio e mi rimetto in carreggiata”.
C’è Paola, che in tutto il pranzo dice forse tre frasi, ma due sono ruvide, taglienti e aggressive e la terza è il rifiuto della torta, perché è diabetica e le sale la glicemia, dopo di che si alza e ti lascia lì a chiederti che altro ci sia dietro quella durezza di facciata.
C’è Peter: nessuno sa davvero chi è. Tutti in città lo conoscono ma nessuno sa quale sia il suo vero nome né riesce a seguirlo fino in fondo nei suoi discorsi che sembrano sconclusionati ma che a loro modo devono avere un senso.
Ci sono tutti gli altri, appena intravisti, di cui non so niente e forse non saprò mai nulla. Altri di cui magari qualcun altro ha avuto modo di raccogliere scorci di storie o abissi di silenzio che a me non sono capitati in sorte.
Altri di cui ho visto solo l’esplosione di violenza improvvisa, a metà di quel primo piatto di pasta, che mi ha lasciato domande: che frustrazioni nascondeva? Quanti anni di ingiustizie subìte e quali esasperazioni ti portano all’escalation contro un altro simile a te?
Ci sono poi Marika e Walter, che lavorano dietro le quinte di quella sala da pranzo, cercando di trovare ogni giorno un modo nuovo per propinare quel carico di zucchine che non può andare buttato: pochi minuti di condivisione, tra carta stagnola, tovaglioli e buste di affettati, mentre ci mettiamo a confezionare il pranzo al sacco per i miei compagni che stanno affrontando la salita ai Piani dei Resinelli. Ci sono tutti i volontari che nella fretta di servire in sala sono rimasti senza nome, ma di cui ricordo volti, occhi, sguardi e mani a cui darò io un nome, perché esistano davvero.
E poi ci siamo noi. Noi che siamo arrivati e ci siamo messi letteralmente i panni degli altri, spesso scomodi e non della nostra taglia e sicuramente mai di nostro gusto.
Noi che non siamo poi così diversi, noi con i nostri traumi o i nostri Traumi, noi, con le ferite di oggi e quelle che arriveranno domani. Noi, con i sorrisi e la leggerezza della giovane età, una leggerezza che a volte è solo di facciata perché dentro di noi c’è la profondità dei sogni di giovani e adolescenti, che ancora credono di poter volare…o che, se la vita è stata meno clemente e ha già dimostrato che l’uomo è inadatto al volo, iniziano a pensare a un’escamotage per farlo, a studiare un sistema che sfrutti i venti ostacolanti e le correnti ascensionali a proprio vantaggio, per riuscire a elevarsi, sempre e comunque.
Ci siamo noi: Andrea, Gianluca, Cristian, Marco, Giacomo, Jikuan, Giada, Lorenzo, Fabio, Francesco (chi è Francesco? Ah Cogne!), Temes, Alberto, Lara, Silvia, Angelica, Giancarlo, sorella Faustina e sorella Giusy e don Luciano. Ci sono Fabio e Matteo che ci accompagnano e ci siamo tutti noi. Noi che abbiamo età diverse, storie diverse, scelte diverse, ma tutti noi che viviamo di bi-sogni.
Ci siamo noi, coi nostri bisogni e i nostri sguardi a volte pieni di supposizioni infondate che si fanno supponenza e che ci danno una lettura distorta della realtà. Noi che a volte abbiamo bisogno di occhi nuovi, per leggere le storie degli altri, ma forse un po’ anche le nostre, e per ad-sistere, per starci accanto, per trovare il nostro modo di stare accanto.
Noi, coi nostri bisogni…e a volte con le domande senza risposta. Sono le grandi domande che magari arrivano sul sentiero, lungo la discesa o nell’affanno della salita. Le grandi domande della vita (o sulla morte), le domande di senso che ti restano per sempre ma che, finché hai sedici anni, hai l’ardire di sputare fuori, forse anche in modo provocatorio, anche un po’ per mettere alla prova chi è più grande e vedere se davvero ci ha capito qualcosa o se non ci ha capito niente e sta solo fingendo e se almeno ha il coraggio di ammetterlo. Le grandi domande che restano per sempre, ma che quando cresci fai un po’ meno ad alta voce, perché a volte la consapevolezza di non poter avere una risposta può destabilizzare.
Ci sono le domande semplici di chi cerca una guida e la cerca la sera, prima di dormire, con le luci già spente, perché il buio protegge, come una coperta, dalla vergogna e dall’imbarazzo e allora si può parlare di noi, delle fragilità, dei dubbi e delle paure che abbiamo, ma anche di chi siamo veramente e di quello che proviamo o di come idealmente vorremmo essere, in una chiacchiera cuore a cuore profonda, che la luce del giorno, come un filtro, non permette di instaurare.
Ci sono le parole intorno a una tisana, un minuto sospeso per fermarci e semplicemente stare, col calore di una tazza in mano, il rumore che si attenua e il nostro mondo che rallenta, mentre iniziamo a raccogliere e custodire i pezzi della giornata: come la coccola serale che vogliamo regalarci e regalarcela insieme.
Ci sono i canti (stonati) attorno alle corde di una chitarra, perché ognuno ha una sua voce e a volte basta poco per essere gruppo.
Ci siamo noi, che non ci vergogniamo di un abbraccio. Un abbraccio che a volte ha un vocabolario tutto suo. Noi, che non ci vergognamo di dire e di dirci che abbiamo bi-sogno di affetto o che ci siamo appena fatti un pianto. Perché questo è semplicemente essere umani.
Ci siamo noi, con le verticali e le capriole in un prato. Perché non importa quanti anni tu abbia, è importante che tu ti chieda: ma io, le so ancora fare le capriole? La capriola è quando tutto si capovolge, quando ti sembra di andare a rotoli – anzi, vai letteralmente a rotoli – ma poi ti rialzi…con il collo dolorante e le vertigini, ma ti rialzi. Da bambini sapevamo ridere per questo, lo trovavamo persino divertente. Poi proporzionalmente al numero degli anni, abbiamo progressivamente imparato a sentirci falliti quando andiamo a rotoli, come se ci fosse qualcosa di intrinsecamente sbagliato nell’andare a terra e girare. Eppure, ancora una volta, ci si rialza…con il collo dolorante e le vertigini e, se va bene, con una certa autoironia, ridendo di noi stessi e della nostra infondata presunzione di averci capito qualcosa. Se va male, arrabbiati, delusi, carichi di risentimento e frustrazione e con la sensazione di essere stati ingannati. Ma voi le sapete ancora fare le capriole?
Ci sono io, in questa “età a mezz’aria” (come dice Jovanotti), in cui mi trovo all’improvviso catapultata nella responsabilità di essere guida per chi è più piccolo e mi vede come tale, chiedendomi se quello che dico o faccio sia giusto e augurandomi di non sbagliare, e allo stesso tempo sento il bisogno di qualcuno che sia per me un punto saldo a cui guardare per trovare una nuova strada, perché anche io, senza navigatore, non so bene come orientarmi.
E poi c’è Agnese, che ha fatto dell’arte il suo lavoro, che trascina col suo entusiasmo in una storia che va oltre l’affresco, gli stucchi e la centratura dei capitelli dell’Abbazia di San Pietro al Monte. La storia dell’uomo che cerca di tradurre in un linguaggio umano la grandezza del divino, in un’opera architettonica che si piega ai cambiamenti della società e ne accoglie le esigenze, modificando la struttura esterna e rivedendo gli interni, ridistribuendo o creando nuovi spazi. La storia dell’uomo che cerca di preservare l’arte dall’attacco del tempo che la corrode, per conservarne la bellezza. Perché “il bello è lo splendore del vero”.
E poi respiri di montagna, scorci su una circoscritta distesa d’acqua e sulla terra avvolta tra le braccia di quel lago, il soffermarsi sui suoni della natura, parole di vento e cinguettii d’uccelli e la calda carezza della giornata di sole…quei momenti in cui, per un attimo, fai pace con Dio: ci sarà tempo per discuterci di nuovo, ci sarà tempo per arrabbiarti ancora con Lui, ma domani, non oggi, non adesso e non qui. Ora, tuffando lo sguardo nella profondità del blu del cielo e dell’acqua, è il tempo del silenzio e della pace. È il tempo del riscatto. È il tempo della gratitudine.



