Per gli amici era “don Def”.
A vent’anni dalla scomparsa lo ricordiamo insieme ai “preti della Bassa”…

14 Gennaio 2021

Per gli amici era “don Def”, ma per i suoi parenti era “Fendin”. Nella famiglia Tettamanzi a Veniano (CO), il nome Defendente era stato portato da uno zio del papà Carlo, Prevosto di Casorate Primo, nella prima metà del ‘900. Papà Carlo e Mamma Giuseppina, avevano avuto 5 figli: tre divennero preti. Erano contadini. Lui, Carlo era su una sedia a causa della guerra del 15-18, ma non aveva la qualifica (né la pensione) di invalido di guerra. La mamma Giuseppina lavorava la terra e lui vendeva le scope di betulla che preparava seduto sulla sua sedia. Molto stimato in paese, faceva anche da mediatore nelle compravendite contadine.
Ricordando suo padre, don Defendente raccontava che la Mamma assicurava i figli dell’affetto che la legava al Papà: “Se anche avessi saputo che avrebbe passato la vita su di una sedia, l’avrei sposato e lo sposerei ancora.” Tanta era la stima che meritava quell’uomo.
“Fendin” era l’ultimo della nidiata, nato nel 1930.
Da ragazzo, raccontava, aveva accompagnato il papà, spingendo la carrozzina da Veniano ad Abbiategrasso, dove era Parroco di san Pietro suo fratello. E rifece il viaggio, questa volta in bicicletta, ma sempre spingendo la carrozzina, quando, appena diventato sacerdote a 23 anni, venne nominato, dal Card. Schuster, Parroco di Tainate. Il papà voleva vedere dove mandavano suo figlio!
Ed a Tainate rimase sino al 1987: 34 anni!
Quando il Vicario di zona ebbe bisogno di un prete per una missione difficile, tra i suoi 250 preti, fissò l’attenzione su don Defendente che allora viveva a Barate, sempre Parroco anche di Tainate e di Noviglio. Salutandolo gli disse: “mi devi dire di si, per un incarico che ti dirò dopo”. E Don Def gli disse di si, sorridendo, con quel suo sorriso bonario, tra il divertito e l’accondiscendente. Quelli di Tainate ricordano ancora la lettera scritta al Cardinale, le proteste fatte con una delegazione numerosa in Curia, il sentimento di rivolta che quella decisione improvvisa aveva fatto nascere in loro. Don Def, quindici giorni dopo era a San Donato, Parroco, per fermare le risse che si accendevano nella Parrocchia abbandonata dal Parroco precedente.
A Tainate aveva battezzato i bambini che poi aveva anche sposati ed ai quali poi aveva anche battezzato i figli! L’amavano, anche perché un prete così, non lo ricordavano a memoria d’uomo.
Era arrivato giovanissimo, a 23 anni, in una casa come quella dei più poveri, anche se più grande, anzi troppo grande per poter essere riscaldata. E questo pretino che studiava ancora (stava preparando la Licenza in Teologia) lo vedevano sempre in chiesa.
Sapeva raccogliere i ragazzi, allora numerosi, giocare con loro, aiutarli, farseli amici, portarli al “campeggio”.
Non chiedeva mai soldi. Se gli regalavano qualche cosa, sapeva dividerlo con chi era più povero di lui. Coltivava il suo pezzo d’orto e se il tetto della chiesa “perdeva”, saliva lui sul tetto a mettere a posto qualche tegola.
Quando a metà degli anni sessanta iniziò l’avventura missionaria dei giovani che poi formarono il Vispe, dava l’esempio nel lavoro per raccogliere i soldi necessari a mandare dapprima medicinali e poi anche vestiti e quanto poteva occorrere a chi era in Burundi. La raccolta della carta, con il deposito a Tainate, la selezione del rottame, la raccolta del vetro, e poi anche la selezione e l’imballaggio dei vestiti usati da spedire, era il lavoro di ogni momento libero.
Quando, cambiati i tempi, si sospese la raccolta del vetro prima scuoteva la testa vedendo venir meno il lavoro volontario: gli sembrava che venisse a mancare un’occasione di formazione dei ragazzi e dei giovani che accompagnava ogni anno a Case di Viso, sopra Ponte di Legno, per i corsi estivi.
Nei primi anni della sua presenza a Tainate, quando ci si spostava ancora in bicicletta sulle strade sterrate dei paesini di questa Bassa, era assiduo agli incontri di Pieve (adesso si direbbe di Decanato). Il Prevosto di Rosate, don Giuseppe Colombo, lo stimava e lo aveva fatto conoscere anche al Parroco di Zelo, don Carlo Rizzi, entrato in seminario dopo aver fatto la guerra d’Etiopia
(’34-‘35). Questi, che cercava una guida spirituale, un prete al quale confessarsi, lo scelse come confessore, anche se era di vent’anni minore di lui. Don Defendente lo andava a trovare quando don Carlo Rizzi gli mandava un bigliettino a mezzo suoi parrocchiani. Ci andava in bicicletta e a volte doveva fermarsi anche per tenere una lezione, alla gioventù maschile e femminile di Zelo. Lo stimava molto don Rizzi. Ha conservato gelosamente le lettere che don Defendente gli scriveva. Furono trovate alla sua morte, conservate come reliquie.
Era un saggio. Non si dava nessun’ aria di superiorità. Se c’era qualche altro che poteva prendere il suo posto in una incombenza onorevole, scompariva sempre.
Non perdeva il suo tempo: oltre il lavoro manuale, praticato sull’esempio di Gesù a Nazareth, studiava.
Quando fu necessario preparare un insegnamento solido, ma in forma semplice per le Piccole Apostole di Gesù che incominciavano a venire dal Burundi per qualche anno di formazione teologica in Italia, don Defendente divenne l’insegnante di teologia dogmatica. Con pazienza e una costanza ammirevole scrisse e batté a macchina tutte le lezioni che teneva loro. A volte erano ragazze che non avevano fatto nemmeno le classi elementari ed a loro occorreva insegnare teologia, senza che sapessero filosofia. Non si trovavano libri adatti: preparò i fogli su cui potessero studiare. Dei veri trattati, con riferimenti concreti alla vita spirituale.
È così che la predicazione di don Defendente era seguitissima. Le Messe di Barate (sabato sera e domenica mattina) erano frequentate da forestieri, da Gaggiano, Vigano, Rosate. Quando a Gaggiano morì improvvisamente un uomo ancora giovane che era stato un suo ragazzo, nella chiesa gremitissima, la gente ascoltò le parole di don Defendente e commentò: “era proprio questo che volevamo sentire dal Prete.”
Negli ultimi anni passati a Barate-Tainate, divenne parroco anche di Noviglio. Questa frazioncina stava crescendo: gente nuova, che si faceva la casa lavorando sabato e domenica. Pochissimi in chiesa, pochissime le offerte.
Ma una parete laterale esterna della chiesa era veramente malconcia. Don Defendente trova un bravo muratore che si presta al lavoro e lui fa il garzone: gli prepara la malta e gli porta il secchio. Il muratore, che da bravo socialista, non frequentava, non volle un soldo.
Anche quelli di Noviglio allora, conobbero don Defendente come il prete che fa il “magut” e va sul tetto a riparare le perdite!
Se avessero frequentato la Messa, si sarebbero accorti che, senza chiedere soldi, aveva sistemato l’altare rivolto al popolo: di legno massiccio, con colonnine ben rifinite ed il leggio, girevole, sostenuto da una piantana ben fissata sulla pedana dell’altare. Sapeva infatti anche lavorare il legno ed era un “precisino”, come ricordano quelli che hanno lavorato con lui. Il laboratorio era quello di Appiano Gentile dove andava a far lezione alle Sorelle.
A San Donato si fermò solo quattro anni, poi, visto che sarebbe stato auspicabile che la parrocchia dell’Addolorata venisse unita a quella di Sant’ Antonio, chiese di tornare dalle sue parti della Bassa.
Era venuto libero Vigano Certosino, da cui dipendeva anche Barate. Ma il Vicario, che sapeva che don Defendente non avrebbe detto di no, gli aggiunse anche Bettola di Calvignasco.
Non si ricorda un altro caso in cui ad un Parroco vengano assegnate due parrocchie non contigue, ma a don Defendente si poteva chiedere anche questo!
Si accorse subito, lui che saliva sui tetti a fare le riparazioni, che la chiesa di Vigano si stava aprendo. Altri si erano preoccupati di abbellire la facciata ed avevano raccolto soldi per questo.
(Lui scuoteva la testa: dopo che era stato in Burundi, nel 1975, ed aveva visto da vicino i poveri, era diventato ancora più attento a non far spese superflue.)

Fece subito mettere i tiranti che tenessero assieme la navata.
Intanto continuava a coltivare l’orto, a fare i suoi lavori di falegname, a studiare, a insegnare.
Non era un organizzatore di feste e di passeggiate, non faceva cerimonie affascinanti in chiesa.
Perché gli si voleva bene? Era semplice. Sapeva accostare le persone, ascoltarle. Diceva poche parole, quelle necessarie; non erano mai superficiali o di occasione. Se la persona aveva un problema, si dava da fare fin che non avesse trovato una soluzione.
Da un lato era molto umano, dall’altro ci si accorgeva che guardava e giudicava le cose ed i fatti secondo il Vangelo. Per questa sua umanità con tutti, per questo suo spirito soprannaturale nel concreto della vita di tutti i giorni, venne invitato più volte a predicare ritiri spirituali ed anche corsi di esercizi ai sacerdoti in diocesi di Pavia.
A Badile, inviato sempre dalla Curia, arrivò per proseguire quanto di bello fecero i suoi predecessori, prima don Silvio, poi Don Miro e poté quindi accompagnare anche l’attività missionaria dell’associazione VISPE che a Badile ha la sua sede operativa. Con la sua semplicità e mitezza, anche qui, ultima sua parrocchia, riuscì a farsi volere bene da tutti.
L’inaugurazione, a fianco della chiesa di Badile, di un cippo in memoria di don Defendente, anche se è stato realizzato dal Comune di Zibido S. Giacomo, è stato voluto un po’ da tutti quelli che ricordavano quando faceva notare come fosse pericolosa la strada provinciale nel tratto che passa tra la chiesa e l’oratorio.
La pericolosità dell’attraversamento della strada era evidente ogni volta che la gente usciva dalla chiesa.
Aveva sottoposto agli uffici amministrativi della Curia, un progetto nel quale chiedeva di poter adoperare i soldi della chiesa per aprire un passaggio tra la chiesa e la casa parrocchiale di là dal fosso e per fare uno spazio di posteggio di fianco alla chiesa con un passaggio sul fosso….
Gli fu sempre negato.
Una volta commentò: “Lo faranno quando ci sarà il morto”. Ed il morto è stato lui.
Quella domenica pomeriggio, dopo aver celebrato un Battesimo, passò al Vispe per il momento di “formazione” e per il Vespro. Tornò in chiesa, la chiuse e, fiancheggiando il guardrail, stava camminando verso casa per prendere la macchina e recarsi, come ogni domenica sera, all’incontro con i confratelli, a Casirate. Il lampione stradale vicino al ponticello della casa parrocchiale, quella sera era spento. Una macchina con cinque giovani, provenienti da Lacchiarella, non lo notò nel buio e, con lo specchietto destro, lo colpì al gomito sinistro. Cadde contro il parabrezza e fu lanciato ad alcuni metri di distanza, in mezzo alla strada. Strinse la mano della giovane che, scesa dalla macchina, voleva portare soccorso e spirò.
Però don Def lo vogliamo ricordare per la sua “vita” e per quello che ci ha donato…

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