Gruppo Ado: così raccontiamo sorella Giulia e sorella Maria Assunta ai ragazzi

1 Febbraio 2021

Quella di domenica 24 gennaio, non è stata una chiamata Zoom come le altre per i nostri ragazzi del gruppo adolescenti: è stata un’occasione per fare memoria, per conoscere tramite le testimonianze di alcune sorelle e laici le figure di sorella Giulia e sorella Maria Assunta.

È stata proprio sorella Anna, all’inizio dell’incontro, a ricordare ai ragazzi che fare memoria significa “ricordare due persone non solo come qualcuno che ci ha lasciato ma come qualcuno attraverso il quale abbiamo conosciuto le grandi opere di Dio. Questo segna un percorso che ognuno di noi può seguire”. È proprio questo il motivo per cui quest’anno abbiamo proposto al gruppo adolescenti un percorso che facesse conoscere ai nostri ragazzi la realtà della missione attraverso le parole e le immagini di chi la missione l’ha sperimentata e la vive quotidianamente.

Sorella Giulia “ci invitava a dare il meglio di noi. Eravamo delle ragazzine di undici anni, non sapevamo fare grandi cose, così aveva pensato di farci realizzare delle mantelline per i bambini di Mutoyi con la cerata della doccia. Erano vestiti veri che sarebbero stati indossati dai bambini in Africa” racconta Monica. Quando decise di partire per l’Africa, dopo qualche anno che la conoscevamo ci disse “siete grandi, potete venire senza di me, ormai avete capito cosa vuol dire venire qui”–  a Casirate dove, con la guida di don Cesare, nella fraternità, nel lavoro, animati dai racconti missionari, iniziava a nascere il primo nucleo del V.I.S.P.E. Sorella Giulia, continua Monica “era una persona che ci ha fatto conoscere le cose belle, vere, ci ha spalancato le porte su un mondo in cui ciascuno di noi poteva fare liberamente qualche cosa per costruire il bene”. Era come dice sorella Giusi “un tipo forte che ti sosteneva e aiutava. Era una persona caparbia perché diceva che non bisognava sempre dire poverini degli africani. Sorella Giulia voleva vedere in loro persone che si davano da fare per migliorare loro stessi, la loro famiglia, la loro vita”.  

Sorella Giulia e sorella Maria Assunta sono state un esempio di come si possa vivere la vita piena.

Sorella Mari “era un grande esempio di dedizione perché era instancabile nella carità. Era una persona che viveva la carità con grande sensibilità e delicatezza: era un esempio di carità vissuta”, racconta sorella Piera. Una persona che, dopo aver vissuto per molti anni in Burundi dedicandosi alle persone del villaggio di Nkuba, è tornata in Italia per occuparsi dei poveri, degli ammalati e degli emarginati alle periferie di Milano. Nelle case popolari di Quarto Oggiaro ha vissuto una vita straordinaria, fatta di semplice quotidianità, dove poter riaffermare il suo si ogni giorno. “Anche con noi, i suoi familiari, la zia Mari c’era sempre, trovava comunque il tempo per una telefonata, per essere presente in un’occasione importante della famiglia e per mandarci un piccolo dono in uno dei suoi famosi sacchettini” racconta Agnese. La testimonianza di sorella Mari è stata d’esempio per alcune signore di Quarto Oggiaro che “hanno voluto raccoglierne l’eredità formando un gruppo WhatsApp. Desiderano infatti continuare quello che Maria Assunta ha insegnato loro: l’impegno nella carità, nell’attenzione al povero e al vicino di casa e alla preghiera”, conclude sorella Anna. 

Due figure che hanno saputo stupire i nostri ragazzi: “sentendo questi racconti mi sarebbe piaciuto conoscerle; sarebbe stato bello ma so che partecipando alle attività proposte dal V.I.S.P.E. è possibile incontrare altre persone che come loro mettono l’amore davanti a tutto e questa cosa è ammirevole”, racconta Ginevra.

Erano due persone semplici con una gran voglia di aiutare che hanno saputo contagiare tutti “anche noi, nel nostro piccolo” dice Linda.  Quello che facciamo è “proseguire quello che hanno fatto loro e ogni volta ci ricordano il perché lo facciamo. Alla fine se continuiamo a venire è perché ci crediamo. Se sai quello che hanno fatto gli altri riesci anche a capire meglio il perché si continua a fare quello che facciamo” prosegue Luca.

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