Abbiamo ricevuto uno scritto dalla nostra amica Silvia, che questa estate è stata con noi in Brasile e lo condividiamo con vero piacere. Buona lettura:
È difficile riassumere in poche parole cosa ha significato per me questo agosto in Brasile ma, se dovessi sceglierne alcune, userei queste quattro:
Spontaneità
Semplicità
Autenticità
Condivisione
“Io spero che esista anche un Dio delle piccole cose
Che sappia i silenzi mai diventati parole”
(“Il Dio delle piccole cose” – Fabi, Silvestri, Gazzè)
Alla fine, sono solo “piccole cose di valore non quantificabile” che ti restano…

Mi chiedono tutti cosa ho fatto in questo mese: “Ma esattamente cosa facevi nella tua giornata tipo?”, In realtà non ho fatto niente di particolare. Sono semplicemente stata.
“Perché non volevi tornare?”, Perché stavo bene.
“Sì, ma perché? Cosa ti faceva stare bene?”, “Le piccole cose di valore non quantificabile”, che passavano inosservate, di cui nemmeno mi accorgevo o su cui forse non mi soffermavo abbastanza.
Ho ballato e cantato in mezzo al letame, letteralmente coperta di cacca, insieme a ragazzi che nemmeno parlavano la mia lingua, nel legame che la musica creava. Ero felice e non me ne accorgevo.
Mi sono alzata presto al mattino e ho lavorato nell’orto, ho diserbato le cipolle, apprezzando la calma e la quiete che solo la connessione con la terra e con i ritmi della natura, i ritmi lenti e regolari, scanditi dal sole, possono dare, senza le ansie e l’affanno del pensare a cosa viene dopo ma concentrandomi solo sul presente e sul prossimo passo, il prossimo pezzo di terra. La quiete e la bellezza delle cose semplici. Ero serena, ero spensierata e non me ne accorgevo.
Ho strappato l’erba dalle melanzane e dai pomodori, in silenzio, facendomi grandi domande sulla mia vita, sul mio futuro, finché una persona mi ha raggiunta, per portarmi del succo di frutta, e si è seduta nel vialetto per parlare con me. Ero ascoltata e accettata e non me ne accorgevo.
Mi sono fatta bagnare completamente sotto il getto della canna dell’acqua usata per irrigare la verdura, dopo essere stata china a lavorare sul suolo sotto al sole tutta la mattina. E qualche giorno dopo ho bagnato a mia volta, al tramonto, cogliendo l’altra di sorpresa. Ero leggera, ero sollevata e non lo sapevo.
Ho guardato le stelle cadenti dal cassone di un furgone in corsa in mezzo alla polvere, parlando di fede e di confessione e guardando lo stupore, ascoltandolo nella voce di chi era con me. Ero felice e non lo sapevo.
Ho imparato ad abbracciare, ad abbracciare veramente. Gli abbracci più veri, più stretti, più sinceri. Ero accolta e forse non ero pronta ad accogliere a mia volta e, dentro di me, lo sapevo.
Ho scattato foto con bambini, ragazzine, adulti, come se fossi un’istituzione, in qualsiasi location e con sfondi a volte dal gusto decisamente discutibile. Per loro sarò un ricordo importante, non so nemmeno perché. Ero importante per loro in un modo che non capivo e che in fondo non riesco a comprendere del tutto nemmeno ora. Ero speciale ma non me lo sentivo.
Ho condiviso piatti con chi ci ha aperto le porte, che ha cucinato per noi e ci ha voluti lì, a condividere due chiacchiere, un piatto di riso e fagioli e bicchieri di tamarindo e guaranà. Ero accolta e forse anche sorpresa…e forse anche impreparata a dover essere io così grata.
Ho impastato la pizza, lievitata a dismisura, a km di distanza da casa mia, per cuocerla in un forno che sembrava un barile di benzina. Ho preparato da mangiare per qualcun altro, perché, dopo aver ricevuto tanto, volevo essere io a fare un gesto che fosse un prendermi cura di qualcuno. Mi sono sentita responsabile per qualcun altro, hanno apprezzato quello che ho preparato. In quel modo credevo di ricambiare, ma in realtà venivo gratificata e forse iniziavo a sentirlo.
Ho permesso a una persona di rallentare, perché mi ha detto che si trova in difficoltà quando è di fretta. Per la prima volta ho chiesto “Cosa posso fare per farti sentire meglio?”. Ed era solo tagliare un pomodoro e qualche verdura. Ero utile, ero accettazione, ero supporto e non me ne accorgevo.
Ho riso fino alle lacrime, per due lattine di birra fatte sparire dal tavolo all’improvviso. Ho riso lavando i piatti, ho riso e adesso non ricordo più nemmeno il perché ma ho riso, vedendo gli altri ridere, come contagiata dalla gioia di qualcun altro. E poi ho riso, mangiando una pasta scotta dal sapore orribile, perché il ragù in confezione di plastica brasiliano, di “bolognese” ha solo il nome stampato sull’etichetta. Ho riso per la condivisione di quell’appartamento a São Luís che era stretto già per quattro ma che condividevamo in sei, insieme a quei piccoli momenti di vita quotidiana comunitaria. Ero stanca ma ero felice e in quel momento me ne rendevo conto.
Ho camminato sulla spiaggia al tramonto, mi sono bagnata nell’acqua dell’oceano e ho fatto mettere i piedi nell’acqua, tenendo la mano a chi dell’acqua e della sabbia che ti scivola via da sotto ai piedi aveva paura. Ridevo, ridevamo insieme. Ero felice e non lo sapevo.
Ho stretto la mano di un uomo costretto in un letto, dopo un ictus, mentre dicevamo il Padre Nostro in casa sua, per lui, e l’ho visto piangere. Mi sono sentita impotente, ma presente, lì, nel “qui ed ora”. In quel momento ero vera ed ero autentica compassione e non me ne accorgevo.
Ho ascoltato storie, storie difficili e alcune francamente tragiche. E nonostante tutto ho visto sorrisi, ho visto sguardi di accettazione, ho sentito parole buone e benedizioni.
Ho visto storie di fede, ho raccolto professioni di fede. Ero invidiosa, perché a volte vorrei averle anche io quelle solide certezze, averla io quella fede.
E poi ho visto storie di rinascita. Ho visto l’amore di una sorella per il fratello minore, il figlio di un’altra mamma, una mamma che non è la sua ma che può comunque stare dentro la sua vita. Ho visto l’amore. Ero intenerita ma non lo sapevo.
Ho avuto il coraggio di parlare di cosa ha significato per me la conversione durante un incontro con il Gruppo Giovani e qualcuno, ascoltandomi, ha detto “Quello che ha vissuto lei, lo viviamo un po’ tutti noi”. Nessuno mi giudicava, non ero sola, ero un po’ meno diversa…e lo sentivo.
Ho giocato con tanti altri ragazzi, per tutta una sera, con spirito di competizione, perché si sa, “l’importante è partecipare” è una grandissima falsità: l’importante è vincere, non è partecipare…e poi abbiamo concluso con una preghiera, al buio, davanti a una scritta che bruciava sul prato. Mi sono sentita parte di qualcosa e ho pianto per questo.
Ho sentito la mancanza dei miei compagni di viaggio, in quell’unica mattina in cui ho fatto colazione da sola…e intanto pensavo al fatto che, nell’arco di una settimana, la colazione da sola sarebbe stata la mia quotidianità e mi sarebbero mancati quei momenti di condivisione. Ero grata e non me ne accorgevo.
Ho parlato con delle ragazze, attraverso Google translate, perché ero da sola e non c’era nessuno a tradurre e loro mi hanno aiutata a trovare quello che cercavo, sono rimaste con me e abbiamo finito per chiacchierare. Ero felice di essere con loro, ero felice di quelle poche parole trovate con fatica e lo intuivo soltanto.
Ho ricevuto in regalo un rosario e ne ho capito il significato e l’importanza per la persona che me lo ha donato. Ero commossa perché mi stava dando più di quanto mi aspettassi o pensassi di meritare e dentro di me lo sapevo.
Ho viaggiato per settimane nel cassone di un furgone, a volte da sola, a volte con qualcuno, a volte cantando, a volte in silenzio, a volte guardando il panorama intorno, di notte o di giorno. Erano attimi preziosi in cui riempirsi lo sguardo di Bellezza e dentro di me, nel profondo, lo sapevo.
Sono “piccole cose di valore non quantificabile”, ma adesso ho qualcuno dall’altra parte del mondo, ho dei volti a cui pensare quando dico “Padre Nostro”. Padre nostro, di noi che a volte siamo felici e non ce ne accorgiamo, noi che andiamo dall’altra parte del mondo a cercare noi stessi e troviamo qualcuno in cui rifletterci.
“Come in Cielo, così in Terra”: per me adesso ci sarà da pensare un altro cielo, un cielo australe, un cielo che di notte è veramente pieno di stelle sconosciute e di silenzio e di frinire di cicale e un’altra terra, una terra rossa, una terra secca e polverosa, ma una terra su cui ho camminato, una terra abitata da qualcuno, che ha in sé volti e storie e che mi ha dato tanto, forse più di quello che sento di avere lasciato.
Silvia




