VGV25 – ESPERIENZE…

22 Ottobre 2025

Pubblichiamo di seguito alcuni racconti che ci arrivano dai giovani che, nel corso dell’estate, sono stati per qualche tempo nelle nostre missioni:

BOLIVIA

Denise ci scrive:

Ciao! Sono Denise e sono in Bolivia da circa due mesi e il mio periodo di missione qui è quasi finito. Volevo condividere alcuni pensieri, in particolar modo sulle attività che sto svolgendo di più: il doposcuola e la visita alla gente. Ciò che sicuramente mi porto a casa dal doposcuola è l’accoglienza e la curiosità dei bambini. Fanno i compiti circa un paio d’ore ogni giorno e poi si fanno dei giochi insieme, anche per imparare a stare insieme e a collaborare. Quando arriviamo noi italiani sono molto gentili con noi anche perché il nostro spagnolo non è perfetto, però hanno sempre tanta pazienza nell’ascoltarci e sono curiosi di sapere come sono le cose in Italia, come il cibo, la scuola o la traduzione di alcune parole. Sono incuriositi dalle diversità, come si può vedere dalla foto in cui hanno cercato di farmi una frangia tagliata della lunghezza che volevo io.

Quando invece andiamo a fare visita alla gente, abbiamo a che fare con diverse tipologie di persone. Dagli anziani soli a famiglie in difficoltà economica a persone con disabilità. Mi colpisce sempre tanto come le nostre culture e il nostro modo di vivere sia differente. Per loro il significato di casa, specialmente per chi non vive in città, ha un significato molto più legato alla loro terra che effettivamente alla struttura in cui vivono, che spesso è formata da una o due stanze dove dormono e cucinano. Molto spesso il bagno non è in casa ma appena vicino e l’idea di non averlo in casa all’inizio per me era una follia.

Sto imparando a conoscerli, a capire quanto la terra per loro sia importante, anche perché molto spesso è il loro lavoro dato che possiedono animali e vendono uova e/o formaggio. A volte ci imbattiamo in situazioni di scarsa igiene perché viene meno la cura degli spazi posseduti: capita di vedere cibo a terra perché un giorno verrà buttato nella spazzatura, accumuli di vestiti sporchi perché non avendo l’acqua direttamente in casa si lavano dopo tempi più dilungati, polvere a terra o spazi poco adeguati per i bambini, per il nostro modo di vedere.

Sono grata a questa esperienza perché mi sta permettendo di aprire molto i miei punti di vista sugli esseri umani, sul fatto che non è tutto giusto quello che facciamo noi europei. Ringrazio anche il Vispe perché senza di voi questa esperienza non sarebbe stata possibile.

Grazie, Denise

Giorgia ci scrive:

Hola! Sono Giorgia e sono da quasi due mesi nella missione in Bolivia

Nella casa di Batallas in questo momento siamo 11, in questi mesi però sono passate tante persone. Mi sono sentita accolta dalle persone che vivono qui, alcuni italiani e alcuni boliviani. Questa casa penso sia una ricchezza e mi permette di conoscere davvero questo paese. Vivere con altre persone non è sempre facile ma la voglia di stare insieme e di lavorare per un obiettivo più grande delle nostre vite ci spinge a superare le piccole difficoltà quotidiane e spesso a riderci su. Io sono qui da pochissimo e forse per me è facile, ma vedo anche nelle persone con cui vivo questa volontà.

Le mie giornate a Batallas sono piene: di persone da incontrare, di emozioni, di lavoro, di risate e a volte di fatiche.

Qui in missione ho scoperto che spesso basta stare nella semplicità delle piccole cose e sapersi meravigliare.

Dopo una giornata di lavoro nella terra è emozionante vedere il risultato finale, dopo una domenica passata a cucinare biscotti per i disabili è emozionante vederli felici quando li mangiano, dopo infinite ore di compiti è emozionante vedere il viso sorridente del bambino che pensava di non potercela fare.

Durante la giornata siamo a contatto con molte persone alcune che passano per la casa, alcune che andiamo a incontrare, altri sono i giovani e i bambini che frequentano il doposcuola. L’incontro è per me la parte più bella e arricchente. Provo a prendermene cura.

Una stretta di mano, un abbraccio, ricordare il nome di ogni persona o bambino, provare a scambiare qualche parola in Aymara. Semplici gesti per far capire all’altro che mi importa. Si dice che un sorriso può cambiare la giornata di una persona, per me è molto vero e spesso cambia anche la mia, di giornata e di vita. Cerco di portare me e il mio sorriso nella quotidianità.

Mi mancano altri due mesi qui e sono contenta di continuare questa esperienza, pensavo di trovare delle risposte invece ho sempre più domande rispetto al mio posto nel mondo.

Un caro saluto dalla Bolivia

Giorgia

Yuri ci scrive:

Cari amici,

sono ormai quasi due mesi che mi trovo in missione in Bolivia, quasi a metà del mio percorso, e sento il bisogno di condividere con voi le riflessioni che questa esperienza mi sta suscitando.

Il contatto quotidiano con persone in difficoltà e con le storie di vita dei più poveri mi sta arricchendo profondamente. Ogni giorno sorgono in me domande nuove, sia sul mio ruolo in questo mondo che sulla vera natura della felicità e della realizzazione personale.

L’incontro con la gente boliviana mi sta facendo crescere in modo inaspettato. Se inizialmente pensavo che fossimo noi a portare aiuto, ora mi accorgo che, in realtà, anche loro stanno arricchendo me, insegnandomi ogni giorno un nuovo modo di guardare alla vita e alle relazioni umane. L’umiltà, la forza che vedo nei loro occhi sono per me una grande lezione.

I lavori che stiamo portando avanti, dai progetti di assistenza a persone con disabilità agli interventi di miglioramento delle strutture come costruzione di un bagno per un ragazzo sordomuto, o la realizzazione, lavoro dopo lavoro, del campus che diventerà poi un centro ricreativo per piccoli, adolescenti e giovani adulti della comunità, mi danno un senso che non riuscivo più a trovare nel mio lavoro precedente in Italia. Qui sento di avere uno scopo, di essere parte di qualcosa che va oltre il mio piccolo mondo.

Anche la convivenza con gli altri membri della missione mi sta mettendo alla prova. Vivere in comunità non è sempre facile, ma mi sta insegnando il valore della condivisione, della solidarietà e della pazienza. Questo tempo insieme mi sta facendo riflettere su cosa voglio davvero per il mio futuro.

Grazie a tutti voi per il sostegno,

Un abbraccio, Yuri.

BRASILE

Riccardo ci scrive:

L’AMICIZIA: La parola amicizia deriva dal latino amicitia, che significa “rapporto di amicizia”, e a sua volta da amicus, cioè “amico”. Il termine amicus deriva dal verbo latino amare, quindi significa letteralmente “colui che si ama”.

In queste tre settimane (più il mese dell’anno scorso) mi sono sentito proprio così.. Amato, Amico di tantissime persone.

È una sensazione difficile da spiegare, sei dall’ altra parte del mondo, parli la loro lingua in modo più o meno comprensibile e neanche tu comprendi appieno tutto ciò che ti dicono, non sei abituato ai loro usi e costumi, cerchi di aiutare ma in fin dei conti le tue capacità sono limitate (parecchio limitate!). Ma nonostante tutto io mi sono sentito amato, a volte il maniera così forte che mi sentivo in difetto per tutto il bello che ricevevo.

Dal canto mio ho fatto di tutto per ricambiare, ho cercato di esserci, di aiutare, di sorridere, di ballare, di cantare, di vivere come loro, ma non credo di aver ricambiato neanche la metà di quello che ho ricevuto.

Si dice che ognuno raccolga ciò che semina. Io ho seminato tutto ciò che potevo, con impegno e dedizione. Ma forse è stata la terra generosa e fertile del Brasile: quello che ho raccolto è andato ben oltre le mie aspettative. È come se avessi affidato al suolo un piccolo seme, e al suo posto fosse sbocciata una foresta rigogliosa, piena di vita e di colori

Riccardo

Sempre dal Brasile, Camilla ci ha regalato queste sue belle fotografie:

BURUNDI

Angelica ci scrive:

Burundi
Ammetto che iniziare a preparare questo discorso non è stato facile, anzi.
L’ho prcastinato a più non posso questo momento, poiché non ero pronta all’idea di comunicare quello che ho/abbiamo vissuto in un mese (che è anche poco) giù a Mutoyi in Burundi.
Io in primis ero partita con delle aspettative diverse di come avrei vissuto questa esperienza, rispetto poi a come è stata effettivamente.
È stata una esperienza molto positiva e stimolante anche per la mia persona, ma non posso di certo negare che io l’abbia vissuto sempre al 100% bene.
Infatti mi sono ritrovata più volte a fare fatica davanti a certe situazioni che vedevamo lì, o anche a certe mentalità e comportamenti, che ovviamente per la loro cultura sono normali.
E da questo infatti mi attacco per racchiudere questa esperienza nella parola SCOPERTA:
Scoperta appunto di una nuova cultura e di un nuovo mondo, dove verrai sempre accerchiato da tutti perché sei “ABAZUNGO”, oppure i bambini iniziano a seguirti perché vogliono il “bombo” o la “ciocolada”.
Ma, sopratutto, per la curiosità di queste nuove persone (noi) che, anche se per poco e con poche parole, gli abbiamo svoltato la giornata.
Mi immaginavo già i bambini che correvano a casa (sempre di mattoni e fango ad andare bene) che urlavano alla mamma di aver visto “l’uomo bianco per strada” e di averci stretto la mano con un AMAHORO ed un “come ti chiamo” di seguito.
È stata anche una scoperta sopratutto nell’ambito medico/sanitario e igienico, poiché sì, mi aspettavo già di trovare la gente sporca, con i vestiti rovinati e i piedi che avevano praticamente una suola naturale fatta di calli.
Ma l’ospedale di mutoyi mi ha davvero scioccata in positivo per come è gestito e tenuto “bene” per essere un ospedale del Burundi.
Infatti proprio per l’ospedale ho potuto realizzare (su richiesta della chirurga Gloria che è ancora giù) un cartellone molto esplicativo e semplice (quasi per bambini) per spiegare i comportamenti da adottare in caso di gravidanza (no alcol e fumo) e soprattutto per il progetto sulla prevenzione del cancro al seno e, di conseguenza, dei movimenti da fare per notare eventuali noduli al seno.
Devo dire che disegnare dei seni o delle birre non era proprio quello che mi ero immaginata da questa esperienza, ma è stato divertente, rilassante e anche utile per loro nel futuro, poiché è stato appeso proprio in una prima sala di consulenza ginecologica che si trova in ospedale a Mutoyi:

Sempre collegandomi alla parola SCOPERTA volevo spiegarvi queste 2 altre immagini:

Questa mi è molto a cuore come momento, poiché l’ho scattata l’ultimo venerdì di lavoro lì a Mutoyi e, nonostante la mattinata fosse stata abbastanza monotona e mi sono sentita un po’ come ad un weekend classico del GGV di badile con la legna da accatastare, la situazione è stata arricchita dall’arrivo di questi fratellini (in realtà solo due sono fratelli) che ci hanno voluto aiutare e soprattutto guardare lavorare.

Mentre noi avevamo come sottofondo della musica, ad un certo punto sentì questa risata che non capivo da chi e da dove provenisse, fino a che non ho visto questa bambina in braccio al fratellino che continuava a ridere solo guardandoci
Non so specificare l’età, ma comunque era piccola (penso sui 4 anni?) e la cosa che però mi ha fatto più specie è stata la sua condizione fisica.
Infatti se notate dalla foto ha le mani e i piedi gonfi come dei palloncini e anche le sue gambe sono malformate, oltre anche alla spina dorsale.
Infatti in foto c’è pure Massimo Bonetti, un cardiologo che ha vissuto a Mutoyi per un paio d’anni e ha lavorato nell’ospedale, stava cercando di piegarle la gamba ma, giustamente, la bambina provava dolore e anche Massimo ci ha spiegato che ha una malformazione ossea (non mi ricordo il nome specifico) e che ha dovuto fare tanta fisioterapia a Bujumbura per almeno riuscire a stare seduta, ma più di così non si riesce a sistemarla e farà fatica da grande a quindi camminare, data la sua condizione fisica.
Io avevo gli occhi lucidi nel guardarla.
Ha una risata che contagia.
Ha davvero reso il lavoro meno pesante, in parte, per me perché sapevo che c’era lei che guardava ed era felice di vederci e quindi lo ero in automatico anche io.
Appena la guardavi rideva pure se le davi un legno in mano.
Tutto il tempo così.
E questo mi ha fatto capire quanto certe disabilità (se non tutte) sono davvero quasi una condanna per la gente di lì, perché non possono lavorare e quindi non possono mantenersi senza un aiuto esterno che, purtroppo, costa poiché le spese mediche non sono come da noi in Italia, che veniamo curati in ospedale in modo gratuito, ma anzi lì si devono pagare tutto loro.
Oppure, per i più indigenti, c’è la possibilità di dare della legna all’ospedale in cambio di cure, ma non è mai abbastanza.
Arriviamo ora all’ultima foto:

(Vorrei fare una premessa, ovvero che la maggior parte delle foto di questo mese sono state fatte dalla nostra fotografa MATILDE quindi i crediti sono suoi)
Tra i vari lavori che abbiamo svolto giù come appunto legna e mattoni, ci siamo cimentate anche nella raccolta e sbucciatura della Manioca, o meglio “scorticatura”, poiché mi
sembrava di sbucciare una corteccia talmente era dura (anche perché non avevo capito la tecnica).
In realtà, poi si è rivelato più semplice del previsto togliere la buccia appunto a questo tubero dal sapore discutibile.
Raccoglierla però è stato facile, anche perché metà del lavoro lo avevano già iniziato Seba con i ragazzi con cui lavora di Nkuba, che ci hanno accatastato la manioca in vari punti e già tolta dalla radice (sì, si raccolgono come le patate).
Di quella giornata porto ancora i calli alla mano destra, per la forza messa in quel coltello per sbucciare, ma anche un bellissimo momento di condivisione (silenziosa da parte mia) con le ragazze di Nkuba che si sono messe a lavorare in cerchio e a gossipare tra loro con un coltello in una mano e la manioca nell’altra.
C’erano anche le signore più anziane che (quelle che riescono) si mettono a fare questo anche come passatempo.
È stato bellissimo vedere tutti loro lavorare e scherzare insieme con anche qualche bambino lacrimante alle spalle, poiché non potevo prenderli in braccio dato che stavo lavorando con un coltello (sì, mi riferisco proprio ad un piccolo gemellino tibetano vestito di rosso e soprannominato così per via dei loro vestiti tutti uguali di stoffa rossa).
Quindi per concludere, devo dire che non è stato facile racchiudere un mese in tre foto e una parola, ma ce l’ho fatta penso.
È stato un mese di scoperta PERSONALE e di COMUNITÀ, poiché mi sono spinta fuori dalla mia comfort zone e ho imparato sempre di più a chiedere aiuto e a vivere insieme ad altre persone che, come me, erano lì per dare una mano a quella comunità, anche se in piccola parte, poiché in un mese non si può cambiare il mondo di certo, ma si può regalare un sorriso e un po’ di speranza a chi più ne ha bisogno.
Vi ringrazio!
P.S. consiglio questa esperienza a tutti quelli che hanno bisogno di aprire gli occhi sul mondo.

Matilde ci scrive:

Questo mese in Burundi per me è stato mille cose e proprio per questo è difficile
racchiuderlo in una sola parola.
Eppure, ce n’è una, che ho condiviso anche quando abbiamo fatto un momento di
riflessione gli ultimi giorni a Mugero, che continua a tornarmi in mente: solidarietà.
Eravamo su questo monte, guardavo dall’alto tutta la valle e vedevo queste donnine e
omini zappare la terra, trasportare chili di cose sulla testa, bidoni pieni di acqua – magari
con dietro sulla schiena i loro figli – e mi continuava a rimbombare in testa questa parola.
In questo mese penso di aver visto la solidarietà in ogni forma possibile e da parte di
ognuno, grandi e piccini, e ho addirittura pensato che forse non avevo mai visto così tanti
gesti verso il prossimo in così poco tempo.
Credo in fondo che in Burundi la solidarietà sia nata anche dalla necessità, perché la loro
vita è una vita di fatica.
Ogni giorno si svegliano sapendo che dovranno fare fatica – non hanno scelta – perché
per andare avanti, per sfamare i loro figli o comprare un quaderno per la scuola, devono
passare giornate intere a seminare, zappare, raccogliere, trasportare legna, manioca,
acqua…
Eppure, anche se si tratta di una cosa nata da una necessità, per dividere una fatica che
c’è e che caratterizza la vita di un burundese dalla nascita fino alla morte, io questa
solidarietà l’ho ammirata e guardata con stupore perché a volte mi sembra che nella
nostra società questo lato stia un pò scomparendo.
Penso sia un sentimento che dovremmo imparare a mettere sempre più in pratica ogni
giorno, ognuno nel suo piccolo: fare un gesto in più verso gli altri, venirsi incontro,
dividere le fatiche.
Perché si può sempre fare qualcosa in più e tutto ciò che si fa, in fondo, non è mai
abbastanza. Questo è Nkuba, un luogo magico per me.

Si tratta di un centro di accoglienza per anziani, ragazzi disabili, bambini orfani, malnutriti
o le cui madri non sono momentaneamente in grado di crescerli.
È un luogo dove ognuno fa la propria parte per dare una mano perché lì si vive tutti
insieme.
Si condivide tanto – si potrebbe forse dire troppo a guardare i bambini che si abbracciano
mentre fanno la pipì…!

Ma in fondo Nkuba è proprio questo: condivisione di ogni sfaccettatura della propria vita
e, soprattutto, solidarietà a tutto tondo.

Fare i mattoni, un altro momento importante.

Noi li abbiamo fatti due volte e forse è bastato così 🙂
È un lavoro faticoso: bisogna camminare magari per quindici minuti fino ad una fonte,
riempire le taniche d’acqua e riportarle piene indietro, zappare la terra, mescolarla con
l’acqua per creare il fango, fare catene di passaggio, riempire gli enormi stampi, …
Ma la cosa più bella è che non si è mai soli.
Ogni volta con noi c’erano tantissimi bambini che ci davano una mano, portando taniche
da venti litri come se nulla fosse – mentre noi, con cinque, eravamo già a pezzi!
Passano mattinate a sporcarsi di fango, a portarsi litri di acqua sulle spalle, a fare fatica
senza magari neanche sapere per chi siano i mattoni che stanno costruendo.
Probabilmente, per loro, è anche un modo per stare insieme. Ma io mi sono chiesta: a
cinque anni sarei mai stata disposta a fare così tanta fatica solo per stare in compagnia e
aiutare qualcun altro?
Loro sì. E con i loro canti, balli, scherzi ti aiutano non solo a dimezzare il lavoro ma anche
a vivere la fatica con più leggerezza.

Di momenti così ce ne sarebbero ancora tanti da raccontare, perché lì la solidarietà è
quotidianità: si coltiva ogni giorno e permette di affrontare tutti gli eventi attesi e non che
la vita di un burundese riserva.
Ma va bene così, perché se c’è una cosa che porto a casa da questo mese in Burundi è la
consapevolezza che la solidarietà è un modo di vivere, un modo in cui si sceglie di
camminare insieme.
E allora, se ognuno di noi si desse una mano – come i due omini sul mattone – il mondo
sarebbe un luogo più semplice e più colorato per tutti, dove per ogni fatica ci sarebbero
quattro mani al posto che solo due.
Grazie di tutto,
Matilde

Chiara ci scrive:

Ciao! Sono Chiara e questa estate ho trascorso il mese di agosto in Burundi, insieme alle mie compagne Angelica e Matilde.
Nonostante sia passato ormai più di un mese dal mio rientro, i pensieri e le emozioni non hanno ancora trovato un ordine preciso. Tuttavia, sento il desiderio di condividere con voi alcune recenti riflessioni.
Tre parole rimbombano nel mio cuore.

TERRA
In Burundi, specialmente fuori dalle città, la terra scandisce i ritmi della vita. È una terra rossa che colora la pelle e i vestiti, una polvere fine che entra nelle narici.
I burundesi devono lavorarla tutti i giorni per poter mangiare e vivere. Uomini, donne, giovani, bambini e anziani.
Ma questa terra, per essere sufficientemente fertile, deve essere mischiata con il concime ottenuto dalle caprette, che però non tutte le famiglie possono permettersi.
Il tempo sembra scorrere più lentamente: le moto sono le uniche a sfrecciare sulle strade rosse sterrate, mentre chi va a piedi cammina con calma. Forse per il caldo, forse per la polvere, forse per i pesi che trasporta sulla testa, o forse perché non ha bisogno di correre.
C’è chi percorre ore di strada per raggiungere il lavoro, la fonte d’acqua, il mercato, la scuola, il campo da calcio, la chiesa o l’ospedale. Ai bordi delle strade si estendono boschi di banani che nascondono piccole case di mattoni rossi, costruite interamente dai burundesi con la stessa terra che coltivano: la impastano con l’acqua, la modellano negli stampi e la lasciano asciugare al sole. Solo i più fortunati possiedono un forno per cuocere i mattoni.

SCELTA
La terra rossa è sicuramente fonte di vita, ma spesso non ammette scelta. I burundesi, infatti, non possono scegliere se coltivare o meno: sono costretti a farlo per sopravvivere.
La loro non è vita, è sopravvivenza.
Non tutti i bambini hanno la possibilità di andare a scuola e rimangono a casa per aiutare la famiglia a coltivare e lavorare. Credo che cultura e istruzione siano ciò che rendono l’essere umano libero. Molti burundesi non sanno nemmeno di avere alternative, di poter sognare qualcosa di diverso: è come se il loro percorso fosse già scritto.
È semplice dimenticare, nelle nostre vite frenetiche, che abbiamo la possibilità di scegliere.

GIOIA
E nonostante tutta questa fatica, trovano comunque il tempo e le energie per divertirsi, per sorridere e gioire delle piccole cose della vita.
Cos’è divertente? Qualsiasi cosa!
Correre dietro alla nostra macchina quando andiamo via. Prenderci per mano e accompagnarci in silenzio. Camminare insieme senza avere una destinazione definita cantando “Se sei felice e tu lo sai, batti le mani” in italiano, francese e kirundi. Cantare e ballare per ringraziare dopo una cena passata insieme o dopo un semplice visita.
Ahhhh, dovete vedere che meraviglia la domenica! Gente da ogni dove si raduna in Chiesa per celebrare insieme la messa con canti, balli e tantissimi colori. Non importa da dove vieni o quanto possiedi: la domenica è il giorno del Signore e si festeggia (con minimo 2 ore di Messa, quando dura poco…).
Io la definisco una gioia consapevole. Mi resterà impressa per sempre la frase di un ragazzo burundese di 20 anni conosciuto a Bujumbura: “Noi sorridiamo sì, siamo felici. È il nostro modo per affrontare i dolori e le fatiche, e per non mostrarle agli altri”.

E allora mi chiedo: esiste un modo giusto di vivere?
Io non credo.
Probabilmente non è giusto nemmeno il “nostro” (qui in Europa, in Italia). Credo però che ogni essere umano abbia diritto alla possibilità di scegliere, di aspirare a una vita che non sia semplice sopravvivenza.
Mi è stato detto che “sembra un pozzo senza fondo”, che non è mai abbastanza. Forse è vero. È un percorso lungo, forse infinito. Ma com’è il detto? Non è la meta che conta, ma il viaggio? E allora non ci resta che iniziare a camminare.
Ognuno di noi deve trovare il proprio modo di donarsi. La missione è una delle tante strade possibili. Un mese vola, passa in fretta, ma è sufficiente per diventare più consapevoli, per uscire dalla propria bolla e lasciarsi toccare – e trasformare – da ciò che c’è oltre i nostri confini.
Non tutti dobbiamo necessariamente partire, ma tutti siamo chiamati ad amare. E questa, ovunque, può essere la nostra missione.
Non mi resta che salutarvi e augurarvi buon viaggio!
Chiara

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