Le settimane trascorse in Brasile ad Arame e Grajaù lo scorso agosto sono state un dono di Dio.
Sono tanti gli aspetti che ci hanno colpito di questo Paese e ci sarebbe molto da raccontare ma ci concentriamo su un aspetto profondo di questa società.
La religione è presente ovunque, i cattolici e i protestanti fanno a gara chi la esibisce di più. Per strada si incontrano cartelli che parlano di Gesù, di Dio. Il volto di Gesù diventa il tema del portellone posteriore di un camion e una citazione a Gesù campeggia sull’acquedotto di un povoado (villaggio).

Le celebrazioni e le liturgie sono tante e molto preparate, con la partecipazione di molte persone con diversi ministeri (l’elenco di tutti sarebbe lungo) e di fedeli attenti e pazienti nonostante la lunghezza delle cerimonie. Frequenti sono le novene in onore de santi (patroni e non) con funzioni serali molto partecipate e accompagnate dalla possibilità di mangiare alcuni piatti dopo aver pregato, perché in ogni quartiere o villaggio c’è un comitato organizzatore.
Accanto a questo però persistono diverse povertà morali e sociali che nessuno sembra combattere, come a dire “è così e sarà così; a noi va bene così”.
Ma se i diritti fondamentali dei più deboli non sono rispettati e nessuno si impegna per renderli reali forse non va bene così.

Bambini che non conoscono i loro padri e le cui madri sono ragazzine adolescenti. Bambini che vivono con nonni o parenti vari perché la madre è andata via con un nuovo uomo. Ragazzine violate in casa nell’indifferenza di tutti. Fette di società marginalizzate e non integrate con il resto della popolazione. Faide e vendette private per regolare conti in sospeso.
Potrei continuare con l’elenco. Ma tutto questo, purtroppo, è ritenuto normale e non c’è desiderio di cambiamento, o meglio, teoricamente sarebbe da cambiare, le regole lo chiedono, ma poi nulla cambia.
Il Brasile è nostro, dicono i Brasiliani.
In tutto questo la presenza di Sorelle, Fratelli e laici quando ci sono è una goccia umile e silenziosa che cerca di rompere questa barriera per raggiungere gli ultimi, conoscerli, ascoltarli anche se molte volte non si possono cambiare le situazioni con la bacchette magica.
Però già il fatto di riconoscerli, essere accanto a loro, ascoltarli, cambia la vita a queste persone perché non si sentono più sole e attraverso di noi sentono un poco dell’amore che Dio ha per loro.

Un segno di speranza sono i volti dei giovani che cercano insieme di fare scelte diverse per la loro vita e per una felicità semplice ed evangelica.
Dobbiamo sostenerli e sostenere queste piccole comunità che si occupano di loro e della loro formazione.
Si, sono segni di speranza.
Non ci resta che dire: “Grazie Brasile… Obrigada, obrigado”.
Giuli e Karoli



