Dalla Bolivia: quando il bisogno chiama il bisogno. La storia di Gonzalo

10 Maggio 2021

Sono passate quasi due settimane dall’ultima lettera che abbiamo scritto da qui. Le cose che sono accadute e che abbiamo vissuto sono molte e necessitano del giusto tempo per essere elaborate.

Stiamo bene e siamo felici, molto. Questo penso sia forse uno dei punti più importanti, nonostante ciò comunque l’essere sempre più dentro alle cose ci consente di rilevare e vivere le fragilità e le fatiche dei progetti stessi. Il bisogno chiama il bisogno e più ci addentriamo più scopriamo quanto le necessità siano profonde e quanto i mezzi e le possibilità del momento non consentano di rispondere nel modo adeguato, serve di più, su diversi fronti. Questo non per manie salvifiche o perché vorremmo aiutare tutta la Bolivia; solo concentrandosi sulle necessità delle persone che abbiamo iniziato ad incontrare risulta evidente come quello che abbiamo a disposizione non è sufficiente per garantire loro la sopravvivenza. Stiamo parlando di una decina di persone più o meno. Se si crede nel Progetto Batallas, e sinceramente vedendo con i miei occhi la bellezza che germoglia da esso difficilmente può non essere così, è necessario investirci altrimenti risulta sempre più difficile rendere credibile la nostra presenza nelle loro vite. La condivisione di momenti è necessaria e estremamente bella, ma l’incontro perché sia generativo non può fermarsi lì.

Senza essere vaghi ed entrando nel concreto, abbiamo iniziato a fare il giro dalla gente e dai discapacidados e abbiamo notato come molti di essi versano in condizioni di salute davvero compromesse, l’incontro che più mi ha segnato è stato quello con Gonzalo.

Gonzalo è un uomo di 42 anni, che ho avuto la fortuna di conoscere già due anni fa, nell’estate del 2019 quando ho trascorso qui in Bolivia un mese. Rispetto a due anni fa le sue condizioni sono estremamente peggiorate. Gonzalo ha avuto un incidente da giovane ed è rimasto gravemente compromesso ha difficoltà a deambulare e a muovere le braccia. Due anni fa quando ci siamo conosciuti riusciva a stare in posizione eretta, non è mai stato in carne però sembrava abbastanza in salute. Quando ci siamo riincontrati mi ha molto emozionato scoprire come si ricordava di me e al tempo stesso sono rimasto incredibilmente scosso dalle sue condizioni di salute. Non riesce più a stare in posizione eretta ma, in seguito alla morte del padre, è costretto lavorare e fare km a piedi per il bestiame. Cammina e si muove con una fatica immensa e ad ogni incontro riporta come le sue giornate siano scandite da un dolore persistente a schiena e ginocchia. Mentalmente è molto lucido ed è molto piacevole parlare con lui. Le braccia le muove sempre meno e questo ovviamente rende alimentarsi quasi impossibile. Peserà si e no 50 kg, è magrissimo, davvero impressionante. Avrebbe bisogno di fisioterapia, medicine e visite mediche, ma purtroppo tutto questo costa molto qui e non è possibile date le condizioni attuali accompagnarlo in queste spese. Yerson e Marisol ci dicevano tristemente come in queste condizioni riuscirà a sopravvivere ancora un anno, forse due, ma non di più. Posso andare a condividere momenti con lui e chiacchierare, ma non può essere questo il solo intervento.

Ecco la foto di Gonzalo, ci parla così perché gli è impossibile sollevare il capo, sulla schiena tiene il suo pappagallo “il suo compagno di vita”.

Questa è una delle storie, ma ne stiamo incontrando molte, chiaramente non sta a noi salvarli e non è immaginabile migliorare le condizioni di vita di ogni persona che vediamo soffrire, questo però non può esimerci e giustificare il mancato intervento, se non siamo qui per queste storie per cosa siamo qui?

La povertà qui è sottile e “bastarda” le persone possono più o meno mangiare, patate e sempre se il clima te lo permette, ma è tutto il resto manca, l’assenza di bambini con ventri gonfi e malnutriti non deve trarre inganno.

Per il resto questo week end abbiamo avuto l’onore di andare a raccogliere le patate con la famiglia di Ricky, è stato un momento bellissimo di condivisione unica, abbiamo lavorato e faticato sotto il sole, io avevo mal di testa per questo mi è stato consigliato di masticare coca, l’ho fatto e devo dire che ha funzionato, dopo un primo momento di anestesia quasi totale della mandibola ho iniziato a non sentire più dolore. È stata davvero una giornata indimenticabile ricca di risate, abbiamo imparato una quantità di cose incredibile, ho fatto amicizia anche con l’asino del padre di Ricky che ho deciso di chiamare William Wallace.

Sabato sera siamo infine andati a Huata a dormire da Padre Leo e domenica ci siamo fermati lì. Anche questo momento è stato bello abbiamo chiacchierato e conosciuto i ragazzi che vivono lì, siamo contenti perché a volte abbiamo avvertito una sensazione di solitudine e la conoscenza con padre Leo e Topio sono molto utili per questo.

Il doposcuola condorito sta andando davvero molto bene, le persone continuano a chiedere di iscriversi e i bambini nuovi iscritti ci hanno raccontato che sono arrivati a Condorito perché amici e compagni hanno detto che questo è “un lugar feliz y lindo”. Tutto ciò ci riempie di gioia, la unica priorità è che i bambini siano felici e che possano esprimere al meglio il loro potenziale e la loro natura. Purtroppo anche qui notiamo come nonostante stia andando tutto bene sarebbero necessari interventi per garantire il normale svolgimento delle attività. Sta iniziando l’inverno è ogni notte la gelata è più dura, durante il giorno fa freddo e lavorando dentro tendoni spesso fa molto freddo. Il rapporto con gli educatori e volontari è sempre più prolifico e occasione, stiamo lavorando bene, uniti, e stiamo programmando una formazione che possa aiutare questi ragazzi ad avere una comprensione sempre maggiore di ciò in cui sono impegnati.

Il mio intento in quello che sto facendo è quello di donare ogni parte di me. Questo comporta che di fronte alla crudezza delle cose che vedo e vivo non posso rimanere indifferente e non raccontarle così come le avverto, sarebbe a mio avviso una mancanza di lealtà verso quello che sto facendo qui e verso gli incontri quotidiani con le persone.

Federico

Quand le besoin s’en fait sentir. L’histoire de Gonzalo

Cela fait presque deux semaines que nous n’avons pas écrit de lettre d’ici. Les choses qui se sont produites et que nous avons vécues sont nombreuses et ont besoin du temps nécessaire pour être traitées.

Nous allons bien et nous sommes heureux, vraiment. Je pense que c’est peut-être l’un des points les plus importants, malgré tout, le fait d’être de plus en plus à l’intérieur des choses nous permet de détecter et de vivre la fragilité et la fatigue des projets eux-mêmes. Le besoin appelle le besoin, et plus on y va, plus on découvre combien les besoins sont profonds et combien les moyens et les possibilités du moment ne permettent pas d’y répondre de manière adéquate, il faut plus, sur différents fronts. Ce n’est pas parce que nous voulons aider toute la Bolivie ; seulement en nous concentrant sur les besoins des personnes que nous avons commencé à rencontrer, il devient évident que ce dont nous disposons ne suffit pas à garantir leur survie. Nous parlons d’une dizaine de personnes plus ou moins. Si vous croyez au projet Batallas, et en voyant sincèrement de mes propres yeux la beauté qui en jaillit, il est difficile de ne pas y croire, il est nécessaire d’y investir sinon il devient de plus en plus difficile de rendre crédible notre présence dans leur vie. Le partage des moments est nécessaire et extrêmement beau, mais la rencontre, pour être génératrice, ne peut s’arrêter là.

Sans être vague et en entrant dans le concret, nous avons commencé à faire le tour des personnes et des discapacidados et nous avons remarqué que beaucoup d’entre eux sont dans des conditions de santé très compromises, la rencontre qui m’a le plus marqué est celle avec Gonzalo.

Gonzalo est un homme de 42 ans que j’ai eu la chance de rencontrer il y a deux ans, à l’été 2019, alors que je passais un mois ici en Bolivie. Par rapport à il y a deux ans, son état s’est extrêmement détérioré. Gonzalo a eu un accident quand il était jeune et a été gravement compromis ; il a des difficultés à marcher et à bouger ses bras. Il y a deux ans, lorsque nous nous sommes rencontrés, il était capable de se tenir debout, il n’a jamais été en chair et en os mais il semblait en bonne santé. Lorsque nous nous sommes revus, j’étais très excitée de découvrir comment il se souvenait de moi et, en même temps, j’étais incroyablement choquée par son état de santé. Il ne peut plus se tenir debout mais, suite à la mort de son père, il est obligé de travailler et de parcourir des kilomètres pour son bétail. Il marche et se déplace avec une immense fatigue et à chaque réunion, il rapporte comment ses journées sont rythmées par une douleur persistante dans le dos et les genoux. Mentalement, il est très lucide et il est très agréable de lui parler. Il bouge de moins en moins ses bras et cela rend évidemment l’alimentation presque impossible. Il ne pèse pas plus de 50 kg, il est très mince, très impressionnant. Il aurait besoin de physiothérapie, de médicaments et d’examens médicaux, mais malheureusement tout cela coûte très cher ici et il n’est pas possible, vu son état actuel, de l’accompagner dans ces dépenses. Yerson et Marisol nous ont tristement expliqué que dans ces conditions, il survivra encore un an, peut-être deux, mais pas plus. Je peux aller partager des moments avec lui et discuter, mais cela ne peut pas être la seule intervention.

Voici la photo de Gonzalo, il nous parle comme ça car il lui est impossible de lever la tête, sur son dos il garde son perroquet “son compagnon de vie”.

C’est l’une des histoires, mais nous en rencontrons beaucoup, il est clair que ce n’est pas à nous de les sauver et il est inimaginable d’améliorer les conditions de vie de chaque personne que nous voyons souffrir, mais cela ne peut pas nous exonérer et justifier le manque d’intervention, si nous ne sommes pas là pour ces histoires, pour quoi sommes-nous là ?

La pauvreté ici est subtile et les “bâtards” peuvent plus ou moins manger, des pommes de terre et toujours si le climat le permet, mais tout le reste est absent, l’absence d’enfants au ventre gonflé et mal nourris ne doit pas induire en erreur.

Pour le reste ce week-end nous avons eu l’honneur d’aller ramasser des pommes de terre avec la famille de Ricky, c’était un beau moment de partage unique, nous avons travaillé et peiné sous le soleil, j’avais mal à la tête pour cela on m’a conseillé de mâcher du coca, je l’ai fait et je dois dire que ça a marché, après un premier moment d’anesthésie presque totale de la mâchoire j’ai commencé à ne plus sentir la douleur. C’était vraiment une journée inoubliable, pleine de rires, nous avons appris une quantité incroyable de choses, je me suis aussi lié d’amitié avec l’âne du père de Ricky que j’ai décidé d’appeler William Wallace.

Samedi soir, nous sommes finalement allés à Huata pour dormir chez le père Leo et le dimanche, nous y sommes restés. Nous sommes heureux parce que nous avons parfois ressenti un sentiment de solitude et la connaissance du Père Leo et de Topio nous a été très utile pour cela.

Le programme parascolaire Condorito fonctionne très bien, les gens continuent à demander à s’inscrire et les enfants nouvellement inscrits nous ont dit qu’ils sont venus à Condorito parce que leurs amis et camarades de classe ont dit que c’était “un lugar feliz y lindo”. Tout cela nous remplit de joie, la seule priorité étant que les enfants soient heureux et qu’ils puissent exprimer pleinement leur potentiel et leur nature. Malheureusement, même ici, nous constatons que même si tout va bien, des interventions sont nécessaires pour assurer le cours normal des activités. L’hiver commence et chaque nuit le gel est plus dur, pendant la journée il fait froid et le travail à l’intérieur des tentes est souvent très froid. La relation avec les éducateurs et les volontaires est de plus en plus prolifique et l’opportunité, nous travaillons bien, unis, et nous planifions une formation qui peut aider ces gars à avoir une plus grande compréhension de ce qu’ils impliquent.

Mon intention dans ce que je fais est de donner chaque partie de moi-même. Cela signifie que face à la dureté des choses que je vois et que je vis, je ne peux pas rester indifférent et ne pas les raconter comme je les ressens, à mon avis ce serait un manque de fidélité à ce que je fais ici et aux rencontres quotidiennes avec les gens.

Federico

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